Darwin Pastorin - Le teorie di Darwin
Darwin Pastorin è nato a San Paolo del Brasile, da una famiglia di emigranti veronesi, il 18 settembre 1955.
Giornalista professionista dal 1981, è stato inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore responsabile di Tele + e Stream, direttore ai nuovi programmi di Sky Sport, vicedirettore e direttore di La7Sport (nel luglio del 2006, in occasione del mondiale tedesco, ha condotto la trasmissiome "Il gol sopra Berlino").
Dal febbraio del 2009, è direttore responsabile di Quartarete Tv. Tra i suoi libri: "Lettera a mio figlio sul calcio", "L'ultima parata di Moacyr Barbosa", "Avenida del Sol" (Mondadori), "Ode per Mané", "Libero gentiluomo" (Limina), "Le partite non finiscono mai", "Tempi supplementari" (Feltrinelli), "Crossa al centro!", "Ragazzi, questo è il calcio!" e, con il figlio Santiago, "Io, il calcio e il mio papà" (Gallucci), "I portieri del sogno", prefazione di Gigi Buffon, (Einaudi).
Collabora con quotidiani e riviste, scrive per il teatro e per la sua attività di giornalista e scrittore ha vinto numerosi premi.


Scritto da Darwin Pastorin    Lunedì 08 Marzo 2010 15:41    PDF Stampa E-mail
WARSAN SHIRE

HO INSEGNATO A MIA MADRE A PARTORIRE

di Warsan Shire, traduzione di Paola Splendore, da "Lo Straniero", rivista mensile diretta da Goffredo Fofi, febbraio 2020

I gatti gemevano la notte in cui / ti ho partorito. / Le ostetriche avevano la fronte schizzata / di sangue, i paesani incendiavano gomme davanti all'ospedale / un uomo in fiamme correva per i corridoi / l'odore della carne bruciata rese / più facile l'ultima spinta / le coriste erano intorno al letto / per mesi figlia mia / sei stata un esserino sotto l'ombelico / come una corona, i fianchi spostati / angeli si coprivano le orecchie. / Nel villaggio in cui sono nata / gettavamo pietre a chi era fuori di testa / le donne rinchiuse non potevano lasciar crescere / i capelli oltre lo scalpo, il primo corpo morto che ho visto / era una donna calva con i seni bruciati / fino alle costole accanto al letto del fiume. / In guerra queste donne avevano salvato vite / saltando addosso ai soldati / per affondargli i denti sulle spalle / lacerando la pelle sotto l'uniforme / spesso i fucili esplodevano sulle loro facce / e nessuno le piangeva. / Alla fine ho capito queste donne / la notte in cui sei venuta al mondo / figlia mia, mi ero strappata i capelli / le costole arcuate verso il soffitto chiedevano a dio / di tirarti fuori, / tu mi hai insegnato a partorire / figlia tu mia hai insegnato come perdere la testa / e come ritrovarla. 

 

 
Scritto da Darwin Pastorin    Lunedì 01 Marzo 2010 09:48    PDF Stampa E-mail
IL MIO CILE FERITO

L'11 settembre 1973 segnò la mia giovinezza. Il golpe in Cile, la fine dell'utopia di Unidad Popular di Salvador Allende, il potere in mano ad Augusto Pinochet e ai militare, morti sangue violenza desaparecidos. Ricordo lo sdegno, la mobilitazione di noi studenti, le canzoni degli Intillimani, i cortei per la difesa della libertà. Andai per la prima volta a Santagio nel '91, in occasione della Coppa America di calcio. A vincere quella manifestazione fu l'Argentina, trascinata da un giovane e promettente centravanti, destinato di lì a poco a vestire la maglia della Fiorentina: Gabriel Batistuta. Al secondo posto arrivò il Brasile allenato da Paulo Roberto Falçao. Nello stadio de Chile (oggi stadio "Victor Jara", il cantautore e poeta assassinato su preciso ordine del dittatore) la gente scandiva slogan a difesa della ritrovata democrazia, anche se Pinochet, con i suoi occhiali scuri, con le sue mani sporche, continuava a restare libero. Parlavo con gli studenti: mi raccontavano la loro speranza, i sogni per il futuro, ma anche la paura di un repentino ritorno al passato, di quell'ombra lunga e nera che restava, perché il palazzo presidenziale della Moneda portava ancora i segni di quello sfregio, di quell'orrore. Fino a pochi giorni fa, a guidare il Cile era una donna di sinistra, una donna che aveva conosciuto la tortura: Michelle Bachelet. Adesso, la svolta a destra. Ma non è di questo che vogliamo parlare. Le nostre lacrime sono per la meravigliosa gente cilena, per una nazione travolta dal devastante terremoto. Ma il Cile rinascerà, ne sono sicuro. Come ha scritto Luis Sepulveda su "la Repubblica": "Eppure, nel pieno della tragedia, superando la paura, le cilene e i cileni hanno dimostrato una volta di più il loro aspetto di popolo organizzato e solidale. Al momento in cui scrivo queste righe, il conto delle vittime, per i crolli e per le crisi cardiache, ammonta approssimativamente a circa settecento persone. Poche, considerando le proporzioni del disastro; e le testimonianze rivelano che la gente ha seguito disciplinatamente le istruzioni della polizia e dei pompieri e si è allontanata rapidamente dai luoghi più a rischio, formando catene umane per aiutare gli anziani, i bambini, i più deboli". Forza Cile, forza sorelle e fratelli!

  

 
Scritto da Darwin Pastorin    Giovedì 18 Febbraio 2010 19:02    PDF Stampa E-mail
BUENOS AIRES E BORGES

Altre passioni. Borges. Dopo Borges è diventato difficile maneggiare gli aggettivi. Tutti noi dobbiamo qualcosa a Borges.

Sono in un'altra città che pure si chiamava Buenos Aires. / Ricordo lo stridore di ferro del cancello d'ingresso. / Ricordo lo stridore di ferro del cancello d'ingresso. / Ricordo i gelsomini e la cisterna, cose della nostalgia. / Ricordo una divisa rossiccia che era stata trafitta. / Ricordo la controra e la siesta. / Ricordo due spade incrociate che furono usate nel deserto. / Ricordo i lamponi a gas e l'uomo con la pertica. / Ricordo il tempo generoso, la gente che arrivava senza annunciarsi. / Ricordo un bastone animato. / Ricordo ciò che vidi e ciò che mi narrarono i genitori. / Ricordo Macedonio nell'angolo di una confetteria dell'Once. / Ricordi i carri di terra nella polvere dell'Once. / Ricordo la Drogheria della Figura in via Tucuman / (Là dietro morì Estanislao del Campo). / Ricordo un terzo cortile, che mai attraversai, che era il cortile degli schiavi. / Conservo il ricordo della revolverata di Alem in una carrozza chiusa. / In quella Buenos Aires, che mi lasciò, io sarei un estraneo. / So che i soli paradisi non vietati all'uomo sono i paradisi perduti. / Qualcuno quasi identico a me, qualcuno che non avrà letto questa pagina. / rimpiangerà le torri di cemento e l'abbattuto obelisco.

JORGE LUIS BORGES - "BUENOS AIRES" - DA "LA CIFRA" - A CURA DI DOMENICO PORZIO - OSCAR MONDADORI 

 
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